88, un racconto su Marie Curie

Una donna, testarda e innamorata. Ma soprattutto talentuosa. La intercettiamo qui in uno squarcio quotidiano della parte finale della sua non facile vita, quando altre donne già si preparavano a darle un seguito. E sì, c’è sempre Parigi in tutto questo, perché non potrebbe essere altrimenti.

Incluso nell’antologia “Parigine Ribelli”, curata da Elena Rossi e pubblicata da Neos Edizioni nell’autunno 2025.

«Guarda mamma, i risultati di oggi sono eccezionali».

L’entusiasmo di Irène è travolgente come sempre. La giovane donna non fa semplicemente apparizione in giardino: lo invade con i suoi capelli, il suo camice sempre aperto e decine di fogli scritti fitti fitti tra le mani.

Lo spazio che separa la grande portafinestra dalla poltrona dove un’assorta donna dai capelli grigi l’attende è coperto da un’erba invernale che non ha ancora completato la sua stagionale rigenerazione. Un ramo cascante di un pino lontano obbliga la ragazza ad una deviazione per raggiungere la destinazione.

Irène si avvicina e inizia a esporre. Il tono è ancora eccitato ma si fa progressivamente calmo. Vuole dare sostanza alla voce per far comprendere bene il valore di ciò che è stato scoperto. È didascalica anche se sa bene che non ci sarebbe bisogno di aggiungere nulla alle cifre scritte così di fretta in laboratorio. La signora seduta in giardino, infatti, perturbata solo leggermente dal giovane tornado e a cui queste spiegazioni sarebbero indirizzate, ha teorizzato e formulato lei stessa le basi di quello studio. Ora ascolta con un velo di apparente distacco, gli occhi sempre vivi sui fogli.

«Ma non hai freddo qui fuori?» Dopo tre minuti di monologo senza respiro, è come se Irène si accorgesse tutt’a un tratto della presenza materiale della madre, del suo corpo e della coperta che da qualche tempo nasconde nobilmente i tremori della mano. Percepisce tutta la distanza tra la propria velocità – di parola e di movimento – e quella della madre, immersa – ma mai persa – in chissà quali pensieri.

Una giovane, occhiali rotondi piccoli piccoli, fa capolino dalla finestra per capire come il lavoro, al quale avrà certamente contribuito, è stato ricevuto. Vuole, timida e insieme orgogliosa, essere là per intercettare il sollevamento del sopracciglio di Madame. Ê sufficiente un invisibile gesto della mano di Irène per farla silenziosamente arretrare fino a confondersi con la tenda cremisi.    

Dalla strada arrivano intanto stridori di biciclette e di voci infantili. La scuola deve essere finita da poco e si prevede l’arrivo di un altro uragano familiare.

Hélène, la piccola figlia di Irène, è adorabile. Lei sperimenta solo l’aspetto carezzevole della nonna. Sua mamma e la zia se ne sono dovuto privare per lungo tempo negli anni in cui il nonno era ancora in vita ma ora, quando la zia Bronia la porta dopo scuola al Laboratorio Curie, dove la mamma e il papà lavorano a ricerche misteriose e grandiose, sa che troverà la nonna sempre in giardino. Le corre incontro perché la nonna la sente entrare e da lontano la prende a sé con i suoi occhi grigi e intensi. Sembra sempre un po’ triste, la nonna. Stanca, infinitamente esausta. Quando le vuole strappare un sorriso, la chiama Madame come fanno tutti. Da parte sua, la bianca signora non riesce a staccarle lo sguardo di dosso, occhi negli occhi. In quell’azzurro sbarazzino ci trova tutto Pierre, il suo amore, il suo genio. Come avesse potuto saltare una generazione quella pennellata salvifica di cielo, restava per lei un irritante mistero genetico. «Studio gli elementi chimici io, mica coltivo i piselli», aveva bruscamente risposto un giorno ad una domanda posta con leggerezza sul colore degli occhi delle figlie e delle nipoti.  

Ève intanto sopraggiunge in giardino con un grande plico in mano, inosservata e impercettibile. Così sarà la sua presenza a fianco della madre fino ai suoi ultimi giorni. «Buon pomeriggio mamma. Il caro Albert ti ha mandato una lettera di auguri. Conta di potere raggiungerci in vacanza in Svizzera».   

C’è sempre tanta posta per Madame. Fissato accanto alla sua poltrona, un cesto in vimini viene quotidianamente riempito da Ève della corrispondenza appena arrivata da tutto il mondo, in lingue e formati i più disparati. Sono lettere di amiche e amici, detrattrici e detrattori, giornaliste e giornalisti, studentesse e studenti che le sottopongono un’ipotesi di studio, inviti in ambasciate o a convegni, richieste di patrocinio, arrivano anche proposte di matrimonio. Ève si occupa di filtrare, cestinare e porre all’attenzione della madre le sole missive importanti. Madame conserva una certa riservatezza tipica dell’Europa Orientale e vorrebbe non dover rispondere a nessuno. Tuttavia, ha imparato da Pierre che nel mondo scientifico le relazioni contano, gli appoggi fanno avanzare gli studi, gli aiuti vanno perseguiti. Si ricordano ancora tutti bene come il marito, ritenuto schivo al limite dell’autismo, avesse convinto il Governatore della Boemia a fare arrivare al loro hangar i resti della produzione di uranite necessari all’isolamento del radio e tutto questo grazie a un’insospettata abilità diplomatica.

Madame non ha più bisogno ora di tonnellate di minerali ma sente il dovere – ancora una volta il dovere, come per tutta la vita – di proseguire la sua opera, che ormai si è estesa a tutte le latitudini, malgrado la fatica – ancora una volta la fatica, come per tutta la vita.

Rispondere vuol dire permettere alla scienza di rimanere al centro del dibattito, anche se in passato questo le ha riservato attacchi personali falsi e calunniosi. Non le importa – oppure sì, dolorosamente – ma non frena il suo impegno verso il progresso.

Madame si guarda attorno e vede solo donne. Tre o quattro generazioni di femmine, giovani o meno, parenti tra di loro o no, amiche, colleghe, studentesse – quante sono le sue studentesse della Scuola di Sèvres che la vengono ancora a trovare! Un sorriso discreto le si pronuncia su un labbro. Ecco il suo successo più grande e il meno propagandato, ben oltre le scoperte scientifiche e i riconoscimenti, le decine di lauree honoris causa, le cattedre più prestigiose che le sono state assegnate. È l’eredità che la rende più orgogliosa.

Essere stata la prima in tutto e contro tutto non avrebbe avuto alcun senso se oggi non potesse vedere che le sue allieve sono divenute a loro volta insegnanti, che la sua primogenita alla testa del Laboratorio Curie non suscita alcuna critica velenosa o ironia, che le donne non sono più considerate quelle che devono solo «perpetuare la specie», come un apprezzato scrittore dell’epoca gli aveva rinfacciato. Una donna, figurarsi.

Lavorare fino allo sfinimento – e oltre – per dimostrare nel silenzio dei risultati il valore delle proprie ricerche. Superare il dolore della morte di Pierre con la sola abnegazione. Nessun femminismo di propaganda, nessuna rivendicazione narcisistica.

Rispondere alle lettere vuol dire anche questo. Dare sostanza e futuro all’enorme lavoro fatto da lei in nome di un futuro migliore per tutte e per tutti.

«Meno hertz, cara. Dovete arrivare al limite del materiale». Si odono infine le prime parole di Madame del pomeriggio.    

«Come mamma?» Irène si è quasi dimenticata del perché fosse uscita in giardino, in quel rettangolo strappato al cemento che dà sul retro del laboratorio, che la mamma aveva sempre protetto come una oasi di riconciliazione con la Natura i cui più profondi segreti ambiva a svelare. Si riprende e registra mentalmente la risposta. Anche se non vede ancora come, intuisce che è la strada giusta di proseguire la ricerca. Ancora una volta.

Madame si rivolge ora a Ève. «Rispondi al sig. Einstein che il suo lavoro sulla relatività generale è inspirante e che lo aspettiamo con piacere con la sua consorte».

«Sempre che non la cambi nel frattempo…» civetta Irène mentre mette in fila gli appunti di cui Hélène si era appropriata.

«Non essere irrispettosa. Ci vuole bene e ci stima da sempre».

«Devo rispondere qualcosa al Duca di Kent?» Ève cambia volutamente discorso. «Desidera sempre invitarti al suo castello».

«Andrei ovunque nel mondo per spiegare la fisica ma sono troppo vecchia per attraversare la Manica per fare la caccia alla volpe».

«Ma puoi sempre farla in bicicletta nonna!» La piccola fa girare la testa alle tre donne e le fa sorridere. Hélène, ignorando il richiamo di Bronia che la vorrebbe portare all’interno per iniziare i compiti, si avvicina alla poltrona e accarezza la coperta.

«Mi racconti la storia del viaggio di nozze tuo e del nonno?» miagola.

«Ancora? La conosce tutta Parigi».

«Si, per favore, mi piace tantissimo».

Non c’era bisogno di convincerla. Madame farebbe di tutto per quei due occhi.

«Sono passati tanti anni ormai ma all’epoca c’era una grande diffidenza verso le biciclette e soprattutto era considerato indecente che le donne le utilizzassero. E allora sai cosa abbiamo fatto il nonno ed io? Abbiamo girato in bicicletta tutta l’Ile-de-France, anche di notte, con delle piccole lanterne, per festeggiare le nostre nozze. Ci davano dei matti, non ti dico poi i giornalisti. E ti ricordi cosa ho dovuto indossare per la prima volta, dando scandalo alla città intera?»

«Le culotte!» Hélène ride di gusto come solo i bambini possono fare. Le culotte della nonna sono un argomento gustoso che non smette di farle venire le lacrime agli occhi.

Bronia, la sorella di Madame, che mille volte si è precipitata dalla Polonia per occuparsi della casa, delle figlie e ora delle nipoti di Marie quando il lavoro o la salute non le permetteva di prendersene cura, rinuncia a tirare a sé la piccola. La nonna è una fonte inesauribile di gioia per Hélène. E viceversa.

Ève tenta la carta del tramonto imminente. «Si sta facendo fresco ora. Dovremmo rientrare, mamma. Dovremmo rientrare tutti».

«Ma a Parigi fa sempre fresco o piove, fosse per te non dovremmo mai uscire di casa» la schernisce Irène, che si è attardata un po’ troppo in giardino e su cui piombano ora gli occhi di almeno quattro collaboratori dall’interno del laboratorio che la aspettano per continuare l’esperimento.

Già, Parigi. Sarebbe stato possibile tutto questo in un’altra città? Parigi non è stata mai benevola con Madame. Una ragazza straniera, cocciuta, indefessa, dedita maniacalmente ai propri studi, non particolarmente ricca, per nulla accomodante, non così bella da farsi perdonare tutto quanto sopra. I suoi calunniatori – di ogni genere – hanno avuto vita facile in questa città ciarliera e bigotta. Cosa crede di poter fare questa donna venuta dal niente? Una donna, figurarsi. Parigi le ha opposto rifiuti e ostacoli a ogni passo. Parigi le ha strappato il suo amore, il suo pilastro, la sua ispirazione. E i grandi – o ritenuti tali – uomini di Parigi che, pochi giorni dopo la sua morte, hanno avuto il coraggio di complimentarsi con lei per avere preso il posto di insegnante del marito alla Sorbonne. I quotidiani della città commentavano il suo modo di vestire scialbo, non le sue pubblicazioni scientifiche. Parigi le ha negato in continuazione i giusti spazi per le sue ricerche. Parigi l’ha considerata «non meritevole» di essere ammessa all’Accademia di Francia dopo aver vinto due Nobel.

Eppure, eppure. È stato qui che tutto è iniziato, non certo nelle modeste università polacche sotto il controllo della Russia in quegli anni. A Parigi ha potuto incontrare con facilità altre scienziate e altri scienziati del suo tempo che stavano lavorando a progetti simili, fino a diventarne amica e costruire relazioni che dureranno nel tempo. La tradizione e il culto per la scienza diffusi in città da almeno due secoli l’ha portata a volersi migliorare ancora di più. Il prestigio stesso di Parigi le ha dato indirettamente visibilità. Alternando le notti di ricerca in un hangar e l’insegnamento alla Sorbonne, ha alimentato una rete di sostegno della sua attività, che si dimostrerà preziosa in ogni occasione. E poi qui c’è stato Pierre.

No, solo in questa città Maria Salomea Skłodowska poteva divenire Madame Curie. Parigi ha plasmato la sua storia nella creta della Storia, senza costruirne un mito di plastica. Sarebbe stato impossibile con questa donna vestita sempre di nero a partire da quell’aprile 1906.

Madame ascolta infine il suggerimento della figlia premurosa e si alza per entrare in casa. La piccola si rassegna e si accoda al corteo.

«Domani mamma devi proprio incontrare questo signore che tutti i martedì viene all’ingresso del laboratorio. Dice che in guerra gli hai salvato la vita e vuole dirti grazie». Ève cerca di alternare per la madre impegni istituzionali e incontri dal taglio umano. 

«Che follia che abbiamo fatto con quelle vetture di radiologia mobile. Le piccole Curie le chiamavano. Non ho ancora capito come è possibile che siamo ancora vive.»

La frase detta a mezza voce è forse una risposta o solo un pensiero che ha trovato spazio e suono. Non ha importanza.

«Nonna, la mia insegnante dice che tu sei una rivoluzionaria».

«Addirittura. È melodrammatica la tua maestra».

«Ma io non ho capito cosa vuol dire».

«Una rivoluzione porta dei cambiamenti radicali. Le cose che si facevano prima non si fanno più o si fanno in modo diverso. Cambia il modo di pensare e si considerano possibili idee che non lo erano prima. I rivoluzionari sono le persone che provocano o facilitano questi cambiamenti».

«E tu hai inventato il numero 88?»

«No, piccola, non ho inventato il numero 88. Qualcuno prima di me aveva ipotizzato che sarebbe dovuto esistere un elemento in natura con quel posto nel catalogo di tutti gli atomi. Io ho solo trovato qual era quell’elemento ma non ho inventato nulla».

«E allora cosa hai fatto?»

«Io ho studiato e studiato e ancora studiato».

«A me non sembra molto rivoluzionario…»

Madame si attarda su un pensiero che viene da lontano. Riporta sulle spalle lo scialle cascato. Alza lo sguardo, cerca quello della nipote e affondando placida in quel blu, sigilla: «Vedi, mon cœur, per fare le rivoluzioni non è necessario tagliare la testa alle persone, meglio riempirgliela di sapere».

Logo Massimo Pedrini