Eléonore, ti amo!

Scritto per un concorso di narrativa d’avventura, questo racconto prosegue la mia ricerca sulla ricchezza di spunti che Parigi può offrire, passeggiando tra i Grands Boulevards, come rovistando nelle sue più nauseanti viscere…

Julien si ferma all’angolo. È più buio qui che nei metri precedenti. Cerca di orientarsi con la flebile luce che serve da lampione e tastando con i guanti trova la placca metallica che indica la via. Place de la Résistance. “Ottimo – pensa – non sono lontano”. Sono le sette e quarantacinque e l’appuntamento è alle ore otto a poche centinaia di metri. Prende per rue Bosquet. Ha percorso questa strada chissà quante volte ma ogni volta deve controllare bene il dedalo di strade che si apre dalla piazza per non sbagliarsi. Con un’ultima accelerata identifica il numero civico del bar dove si sono dati appuntamento, rifiata, si toglie lo zaino e armeggia per trovare il giusto attrezzo per uscire. Julien, da vero parigino, sa che ogni mattina i netturbini aprono dei rubinetti a livello strada per far scorrere acqua pulita su marciapiedi e carreggiate. Per velocizzare il loro lavoro, sollevano leggermente il tombino più vicino, così da aumentare la portata d’acqua in uscita. I tombini sono pesanti e spesso i netturbini li lasciano spostati per fare meno fatica il giorno successivo. Con l’opportuno piede di porco se ne può rimuovere uno di lato e uscire. Julien cerca di fare meno rumore possibile e di non farsi notare mentre sguscia fuori e riposiziona il chiusino al suo posto. A quell’ora la città viaggia veloce verso gli uffici e le scuole e nessuno ha tempo per prestare attenzione a un ragazzo in salopette d’operaio che esce da un pozzetto.

All’arrivo al bar, trova i suoi amici tra il sonnolento e l’inquieto.

  • Quanto? – chiede Fran.
  • 22 minuti e 30 secondi – risponde esitante Julien, mentre nasconde il piede di porco nello zaino.
  • Troppo! – Fran si lascia andare sconsolato sullo schienale della poltrona.
  • Buongiorno, comunque – Julien, scocciato.
  • Sì, ciao – interviene Olivier, che fino a quell’istante pareva vittima di una crisi di narcolessia.
  • Vedo che avete ordinato il caffè anche per me.
  • Sei in ritardo, l’ho offerto alla biondina inglese qui dietro. Non è bellissima? – e regala un altro sorriso alla turista profondamente impressionata dal ciuffo di Olivier.
  • Impieghiamo troppo tempo. Dobbiamo passare per un’altra parte. – Fran ha elaborato l’informazione datagli da Julien e calcolato la durata totale dell’operazione ipotizzata.
  • Ricordatemi cosa si faccio qui a quest’ora della notte – Ora Olivier adotta la strategia “Sono-un-ragazzo-intelligente-e-mi-occupo-di-questioni-importanti” per conquistarla definitivamente.
  • Sono le otto, le persone normali sono già docciate e colazionate a quest’ora. – Julien ha avuto nel frattempo il suo croissant e il suo cappuccino.
  • Ma noi non siamo normali, noi siamo avventurieri urbani! – Olivier è all’esaltazione decisiva della sua strategia di conquista.
  • Si, vabbè. Comunque, siamo qui per definire il piano nei dettagli – Fran è come sempre il più pratico dei tre. Non a caso è ingegnere.
  • Siete ancora convinti di trovare il relitto?
  • Ma sarai tu un relitto! Noi cerchiamo Eléonore! – Fran, esaltatosi, si leva con veemenza dalla sedia e rovescia sul tavolino delle turiste di lato. Olivier soccorre la biondina che non ha corso nessun rischio, Julien rimane seduto e finisce tranquillamente la sua brioche, Fran imbarazzato si scusa e ha un’ennesima conferma del perché lo accusino dalla nascita di essere maldestro.

Eléonore, in omaggio al cucciolo di femmina di coccodrillo trovato nel 1984 nei canali fognari della città, è il nome in codice che i ragazzi hanno dato alla barca – più propriamente una gondola – utilizzata nella seconda metà dell’Ottocento per le visite organizzate nelle fogne di Parigi, appena costruite con colossali opere d’ingegneria. Queste “passeggiate” – come erano reclamizzate – ebbero un enorme successo: negli anni delle Esposizioni Universali, Capi di Stato stranieri, scienziati, artisti in cerca di emozioni, tutti facevano la coda per entrare nelle viscere della città e scoprire la modernità della capitale francese.

Rimesso in piedi il tavolino e ottenuto il numero di telefono della ragazza, la discussione riprende.

  • Io sembro stordito ma mi sono informato. Le fogne di Parigi sono 2.300 km di condotti, un vero labirinto. Come puoi pensare che, minimo, non ci perdiamo o moriamo dentro? – Olivier inizia a sfidare il so-tutto-io Fran.
  • E saprai allora, se ti sei informato, che la rete delle fogne replica le strade in superficie. Ci sono i cartelli delle vie e dei numeri civici per poter identificare i collettori e le ostruzioni. È più facile orientarsi là sotto che in superficie. – Fran non ha nessuna intenzione di cedere al disfattismo provocatore dell’amico.
  • Mi hai convinto ma ci sono 240 égoutiers che ogni giorno scendono per pulire, verificare, sistemare. E se incontriamo una squadra al lavoro?
  • Ecco perché ci siamo dati appuntamento alle otto di mattina e perché Julien, mentre tu flirtavi con quell’orribile barbara d’oltremanica, si è fatto quasi tre chilometri nelle fogne. Gli égoutiers sono dipendenti pubblici: prendono servizio alle sette e trenta, bevono il caffè, commentano il calcio, impiegano una vita a vestirsi e a mettere le maschere. Non sono operativi prima delle otto e trenta. Noi saremo già fuori alle otto.
  • E ora ti pongo la domanda più innocente: come diavolo pensi di tirar fuori dalle fogne di Parigi una barca, sempre che ci sia ancora e che non sia marcita?
  • Non la tireremo mica fuori da un tombino. Uscirà da sola. Sotto il Trocadéro c’è uno sbarramento di alluvione per regolare il flusso dell’acqua per evitare allagamenti. Noi la portiamo fino lì e poi, trac, con una piccola spinta, finisce nella Senna diretta, da dove poi la trascineremo fino alla chiatta di Julien.
  • Hai la risposta a tutto, mio caro. Ma se davvero esistesse, non pensi che sarebbe già in un museo? In questa città aprirebbero un museo anche solo per il calzino del vicino di casa del cugino in seconda di Napoleone, figurati per una barca dell’Ottocento usata nelle fogne.
  • Le mode passano e il progresso avanza. Una volta inaugurata la metropolitana nel 1900, più nessuno si interessò alle fogne e alle sue visite organizzate. La barca è ancora là sotto, ne sono convinto.

Gli occhi di Fran luccicano e non danno possibilità di ribattere. Per evitare un altro disastro, gli altri due lo bloccano alla sedia. Julien ha osservato divertito il ping-pong tra gli amici. Si erano fatti queste domande e date queste risposte almeno cento volte. Olivier è un provocatore ma è il più coraggioso. Fran il più scientifico ma incredibilmente anche il più critico. Lui è solo contento di avere questi due amici con i quali si lancia in avventure inverosimili.

Tutto è definito. Si danno appuntamento alla mattina successiva. Ore sei, Châtelet. Tre ragazzi con lo zaino si confondono bene tra i numerosi runners e gli ancora più numerosi padroni di cane, le due popolazioni che animano la città a quell’ora.

Sanno come poter accedere al passaggio sotterraneo perché sono settimane che monitorano i movimenti degli operai. Aprono con una grossa brugola una porta ferrata usata per manutenzione degli scarichi degli edifici verso la fogna.

  • Perché dovrebbe essere proprio qui sotto? – chiede sottovoce Julien prima di mettersi la maschera antiodori.
  • Le visite guidate iniziavano da qui, passavano sotto la Concorde e arrivavano alla Madeleine. Il tratto tra Châtelet e Concorde è quasi parallelo alla Senna. Dobbiamo sperare che sia qui nei paraggi, così sarebbe più veloce arrivare poi al Trocadéro – Fran aspetta un secondo di troppo a indossare la maschera per rispondere e quasi sviene.

Scesi quattro metri sotto il livello della strada attraverso una scala a muro, si ritrovano nella galleria principale, che riproduce in profondità Rue de Rivoli. Li accolgono dei miagolii sgraziati. Avevano messo in conto i topi, e in particolare i muscolosi e famelici topi dei quais ma non si aspettavano dei gatti. I gatti parigini sono viziati e pasciuti felidi da divano, non delle belve da caccia come quelle che si ritrovano ora davanti i ragazzi. La galleria è ovoidale, enorme, cinque metri di diametro, con due corridoi laterali che fungono da marciapiede. Due spanne di acque stagnanti e qualche resto non meglio identificato giacciono sul fondo. Lampade quadrate installate a intervalli regolari illuminano il cunicolo che sembra non avere fine.

Fran scarta gli animali senza esitare, con gli occhi fissi su un lato della galleria.

  • Ecco, guardate, il segno che cercavo. Indica una scritta sulla parete: “Braccio morto”
  • Non è di buon auspicio – le prime parole di Olivier della mattina.
  • Sei una capra. Fa riferimento alla Bièvre, un antico fiume divenuto sotterraneo, il cui corso d’acqua è stato diviso e fuso con due canali delle fogne durante i grandi cantieri di metà Ottocento. Se la mia teoria è giusta, hanno usato il braccio morto del fiume per creare una camera per girare la barca. C’è bisogno di spazio per quell’operazione e le gallerie non sono sufficiente larghe.
  • Spero che la tua teoria sia giusta, altrimenti avremo sei bracci morti di qui a poco – Olivier non è rimasto insensibile agli imprevisti denti affilati di quelli che nella penombra sembrano più delle tigri.
  • Cerchiamo uno spazio sufficientemente grande per accogliere una barca lunga almeno quattro metri e larga due, nascosto o separato da una porta o un divisore. Non mi aspetto un cartello ma piuttosto un magazzino o qualcosa di simile.

Quattrocento metri dopo. I ragazzi passeggiano guardinghi sul marciapiede di sinistra, cercando con le torce un segno. Dopo i gatti, è ora il momento di qualche gabbiano affamato che si è intrufolato attraverso le gabbie lungo la Senna. Disturbati nella loro colazione, si lanciano contro i ragazzi. Olivier si sbilancia per evitarne uno e finisce dritto nell’acqua reflua.

  • Non c’è niente qui, non c’è niente! – Fran comincia ad agitarsi e accelera il passo.
  • E se fosse piuttosto vicino al collettore della Rue Royale? – azzarda Julien.
  • Non so, è molto recente quella parte, sarebbe strano che l’abbiano portata lì.
  • Sempre che esista ancora – interviene il malandato Olivier mentre si strofina contro la parete della galleria per togliersi il grosso dei resti organici rimastigli addosso.
  • Sempre positivo tu.
  • Ecco, guardate!

All’angolo tra Rue de Rivoli e Rue Cambon una porta irregolare, di legno e grossolana, stona con l’ambiente asettico e industriale della galleria. Sembra più l’ingresso di una cantina di una casa medioevale. Non ci sono cartelli né indicazioni all’esterno. Julien, lo scassinatore del gruppo, armeggia con difficoltà sulla grossa serratura arrugginita. Al terzo tentativo, lo scrocco salta e pesantemente un’anta si schianta, facendo barcollare il ragazzo. I tre si affacciano. L’interno è ampio ma molto basso. Faticano a vedere bene perché non ci sono lampade. Usano al meglio le loro torce ma impiegano qualche secondo a coordinarsi per illuminare tutti nella stessa direzione. A destra dell’antro si intravede una forma allungata, ricoperta da qualcosa che sembra un drappo o un cartone. Si avvicinano in silenzio. Sollevano in apnea il telo. La barca è lì, non c’è dubbio, è quella! I sedili, otto in tutto, sono ancora riconoscibili. Il velluto delle poltrone mangiato dall’umidità ma la seduta è salva. I fregi a prua sono ben riconoscibili. La poppa sembra malmessa ma il buio non permette di valutare i danni. La barca non è in acqua ma appoggiata al pavimento sopra due assi di legno. Sembra in grado di poter essere fatta scivolare sull’acqua della galleria.

  • Eléonore, ti amo! – Fran non resiste e abbraccia i due amici, colto da imprevisto moto d’affetto.

Olivier e Julien sono in estasi e un sorriso ebete si dipinge sul loro visto nel buio. In fondo, contrariamente al loro amico, non credevano al cento per cento all’esistenza di Eléonore ed erano già pronti al fallimento. Ma ora la gondola è lì davanti a loro.

  • Ehi, svegliatevi, dobbiamo portarla fuori ora – Fran li scuote e indica loro la porta.

Con grande fatica si mettono alle spalle della barca e spingono forte. Non si muove di un millimetro.

  • Se togliamo i freni però è meglio – Olivier si accorge dei cunei posti sotto gli assi e con il piede li rimuove.

Ora la barca, con un rumore sinistro in realtà, scivola sugli assi e in poco tempo galleggia sull’acqua della galleria principale. La poppa sembra non imbarcare acqua. Vista da qui è più lunga e snella. È bellissima. Iniziano a farla scivolare e la barca si dimostra morbida e leggera. Sulle pareti delle gallerie ci sono tubi che trasportano acqua potabile, aria compressa e acqua della Senna. Ci sono anche le canalizzazioni per la fibra ottica e le telecomunicazioni. Julien individua un piccolo armadietto grigio e fa saltare la fascetta che lo chiude. Toglie dallo zaino il suo laptop e lo collega via cavo ad una porta Ethernet del router.

  • Sei anche hacker adesso?
  • Mi collego a TIGRE, il sistema informatico che centralizza le informazioni della rete. Dovrei riuscire a far aprire il portellone.

Detto, fatto. Un rumore sordo e prolungato anticipa il sollevarsi del portellone e là fuori, la Senna. Appena a destra della serranda, ecco la piccola imbarcazione a motore della famiglia di Julien. Vi salgono tenendo la gondola per una cima, la assicurano e partono più silenziosamente possibile verso l’isola Saint-Germain. Gli occhi sono lucidi per l’aria fresca o per l’emozione?

I nostri avventurieri urbani possono celebrare un successo. Ma già si preparano alla prossima folle idea tra i misteri di Parigi…

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